Non ti ho sentita entrare,
quasi ti avessi scelta, senza avvisare il tempo.
quasi ti avessi avuta, senza sapere quando.
Sinonimo di appena,
le tue dita sciolte,
appendici affusolate del divenirmi sorte.
Ti ho dato un nome,
più che un motivo,
ti ho battezzata ‘giorno'
ma eri di spalle,
e un po’ di luce,
un po’ di luce appena,
è divenuta sera.
Avessi avuto solo un po’ di poesia da parte,
e di esperienza,
per cucirti addosso nidi di luce,
e corteccia di cielo,
perché una stella sola potesse partorire,
un firmamento intero.
Avessi saputo sciogliere con le mie mani,
il freddo autunno dei tuoi pensieri,
e le mie paure astute,
farle arrivare in alto,
e poi planare,
dove non è più terra,
e ricomincia il mare.
E il tuo viso poi l’ho rivisto in giro,
ti ho sorriso e ti ho veduta,
per rimediare alla mia offesa,
ti ho veduta con gli occhi che volevo,
e spero di aver detto tutto,
o quel tanto che non raccontavo,
per paura di doverti amare,
quel tanto che dovevo,
per convincerti a restare.
Questa sera alzerò in aria il mio miglior bicchiere,
un gesto di stile, per un amore a fin di bene,
che il cuore in certi giorni è una casa vuota da risistemare.
Si dice che la vita è un ermetismo di lettere da decifrare.
Si dice che la vita è tutto prendere e lasciare.
E siederò al bancone degli imputati,
ed offrirò da bere lacrime alle mie rughe,
ai miei silenzi, altro silenzio da dimenticare,
ad augurarmi buona vita, per una volta,
Senza nient’altro vostro onore,
no,
senza nient’altro da dichiarare.
Andrew Faber

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